Changes.

Non riesco a vedere le persone come monoliti. Non mi aspetto che restino fedeli alla loro forma e nemmeno alla mia, che possano aderire sempre alle superfici che ho inventato per loro. Forse perché non credo che la mia superficie resterà la stessa. La pelle invecchia e raccoglie il grigio del tempo che le scivola sopra, come polvere. Io sono cambiata tante volte. Lo dice la grafia sui quaderni di scuola e lo dicono gli scarabocchi di oggi. È cambiato persino il modo di battere sulla tastiera. Forse, è rimasta uguale soltanto l’ora in cui mi concentro su me stessa, notte, silenzio e buio. Un’altra consapevolezza.

Sono più consapevole, oggi, di avere un centro di gravità fragile. E così ho imparato a tenerlo un po’ più stretto, ad appoggiarmi sul mio disequilibrio come se fosse un appiglio stabile. Alla lunga funziona. Mi vengono in mente le pietre di una spiaggia a San Francisco, impilate una sopra l’altra, grandi e piccole, in un ordine che sembra magico talmente è sbilenco. Eppure rimane in piedi.

Io sono l’ultimo di quei sassi, quello più in alto, e il mio cadere o restare non dipende da me. Se cado, stavolta, è tutta colpa del vento.

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Gliene frega un cazzo a nessuno.

E poi pensi che parlare italiano non basta mica. Non tutti capiscono. Hanno le orecchie tarate per sentire l’eco dei propri pensieri – dei pensieri tuoi non frega un cazzo a nessuno. Del resto, parliamone: stringi stringi, anche a te frega solo dei tuoi pensieri, a quelli degli altri non ci arrivi affatto, non li senti tuoi se non per millesimi di secondo, ma è facile confondere l’empatia per un principio di insolazione, in quei frangenti. Per la maggior parte del tempo, la gente comunica attraverso monologhi: se qualcosa dall’altra parte passa, bene; altrimenti pazienza. Chi ha qualcosa da dire ha così tanta voglia di raccontarsi che non fa nemmeno caso se gli altri stiano ascoltando o meno. Chi non ha nulla da raccontare di sé, finisce per subire i monologhi, trovando sollievo nella distrazione (un’auto di passaggio, lo zucchero da mescolare per bene nel caffè, mi squilla il telefono sarà mia madre).

E più i giorni passano più la risata lavorativa diventa un singhiozzo a malapena percepibile. Non si può nemmeno più definirla una risata. È un breve latrato, un conato, un AH con l’h trascinata che muore in gola. Che cazzo c’è da ridere, in ufficio? Niente.

Mi han sempre detto che sono brava ad ascoltare. Un po’ meno brava ad essere ascoltata, ma non si può avere tutto dalla vita.

No consolation prizes

[Polaroid] Balotelli che centra la porta ai mille all’ora, grande grande in un televisore piccolo piccolo. La diretta troppo avara di replay. Il colpo di testa su assist chirurgico di Cassano. Un tifoso vestito da SuperMario. Il rigore severissimo al 92esimo. L’urlo di petto alla strada, in growl. E la rabbia di Buffon, che non si sa con chi potesse avercela, in una serata del genere. Ma si sa, i portieri sono tutti un po’ matti.
E ritiro tutto quello che ho detto – lo ritiro e lo metto via, dimentichiamolo. Che Cassano e Balotelli insieme non fanno un cervello intero è vero, innegabile, lapalissiano. Ma compensano con quattro piedi niente male.

Pregusto già il fine settimana che mi aspetta.

Gente che non ce la fa

“Ale, c’è un motivo per cui hai messo i pomodori ad asciugare insieme ai piatti?”

 

Categorie di cui desidero ardentemente l’estinzione

In ordine sparso.

Professionisti da 5.000 euro al mese (o più) che si lamentano per il troppo lavoro. Persone che non mettono la freccia quando devono svoltare o parcheggiare. Persone che usano il clacson come appendice della propria isteria. Tamarri. Tamarri che fissano le donne dal finestrino, al semaforo. Maniaci sessuali ad ogni livello. Giornalisti che non sanno scrivere, ma scrivono lo stesso. Scrittori che non sanno scrivere, ma si bullano perché il loro romanzo ha venduto qualche migliaio di copie. Persone che ti rubano il parcheggio anche se l’avevi visto prima tu e, quando glielo fai notare, camminano via facendo finta di niente. Automobilisti che ti si incollano al fanalino di coda nella corsia di sorpasso dell’autostrada. Camionisti che sbandano. Gente che guarda Carlo Conti. Anziani che non hanno nulla di meglio da fare che trovare una lamentela per le riunioni di condominio. Laura Pausini. Persone che odiano gli animali. Chi appende il cartello “Vietato il gioco del pallone” nei cortili. Donne che comprano borse da 700 euro. Uomini che comprano macchine sportive decappottabili per caricare le donne con la borsa da 700 euro. Chi ascolta Biagio Antonacci. Persone che confondono il savoir-faire con l’arroganza. Gente che parla degli altri per sentito dire. Negozianti che ti fottono sul resto. Personale ausiliario che fa le multe in zona blu. Chi decide l’importo delle multe. Persone che vanno forte in macchina a sproposito. Cocainomani. Chi tenta di farti le scarpe anche se avete le stesse scarpe. (to be continued)

Siamo ancora tutti interi

Forse è vero, come dicono gli scienziati, che il tempo sta rallentando, perché sono in questa casa da una decina di giorni e mi sembra già un fantastilione di anni.
Comunque sia, io e mio fratello non ci siamo ancora picchiati, il che un po’ delude. Abbiamo totalizzato una sola litigata il primo pomeriggio, litigata che lui ha definito “costruttiva”. In breve, ha commesso l’errore di trattarmi da idiota per un nanosecondo e sono subito diventata verde come Hulk, evitando però di stracciarmi la camicia perché sono cose che le signorine come me non fanno. Eravamo un tantino nervosi.

Adesso però va tutto bene. Il segreto del nostro successo? Dividerci nettamente i compiti, anzi, un compito: lui cucina a cena, io a pranzo. Finora si è salvato solo perché è riuscito a saltare tutti i pranzi tranne uno, quello innocuo della pasta al pesto. Nei restanti, potendo sperimentare sui miei villi nuovi esaltanti accostamenti, ho dato il meglio di me. Uova con pezzi di salsiccia incorporati, insalata mettici-pure-tutto-e-crepi-l’avarizia, e un nuovo golosissimo pezzo forte: uova strapazzate cotte nella stessa padella della spinacina per risparmiare tempo e spazio. L’osceno giuoco, da me brevettato, consisteva quindi nell’individuare il labile confine tra la spinacina al gusto d’uovo e l’uovo al gusto di spinacio fritto. Tutto ciò mi galvanizza.

L’arredamento è quasi al completo. Pensavo di sfruttare i quattro scatoloni che non ho voglia di disfare come scrivania alternativa, ma prenderò il coraggio a quattro-otto-sedici mani e farò fuori anche loro. Mi sono resa conto che anche scegliere uno scopino del cesso può essere un momento catartico, durato circa un’ora e mezza perché non ricordavo l’esatta nuance del bagno. Ho optato per un azzurro puffo davvero di grande impatto, cosicché gli ospiti cagoni, nel momento del bisogno, potessero apprezzare il mio estremo buon gusto in fatto di scopini. Ma sento che manca ancora qualcosa. Non la tv, non i mobiletti del bagno, non la libreria Lack dell’Ikea che tanto bramo: qualcos’altro. I peli di un gatto, forse, chissà.

Signori, vi presento Merdolino, lo scopino di Alessi.
Ebbene sì, Merdolino.
La tentazione di avere Merdolino è stata forte,
ma temevo che la sua presenza scenica potesse oscurarmi.

Neanderthal e i freni a mano

Per il tamarro torinese, un enorme parcheggio vuoto rappresenta un richiamo irresistibile, il ricordo ancestrale di quando l’uomo viveva nelle caverne e doveva corteggiare le femmine abbattendo gli altri pretendenti a colpi di clava. Per questo, di fronte a un enorme parcheggio vuoto, il tamarro cederà all’impulso di piantare freni a mano ogni sera per almeno 20 minuti, così da dimostrare alle femmine della sua specie che anni di evoluzione non hanno fiaccato la sua indomita virilità.

L’uomo primitivo inventò la ruota per poterci attaccare i cerchi in lega cromati.

Che cosa ho imparato dal mio trasloco (post in progress)

1. Sono disordinata e non butto via niente e fare i conti in un colpo solo con 28 anni di assidua conservazione può essere molto, molto faticoso.

2. Va bene non buttare mai niente, ma almeno mettila un’etichetta sul VHS, cazzo.

3. La vita di mio fratello non lascia traccia e questo è segno di grande solidità, equilibrio e leggerezza. Cosa che non vale evidentemente per me: ho il quadruplo dei suoi scatoloni, nonostante abbia riempito 5 o 6 sacchi della spazzatura, soprattutto di carta.

4. La quantità di carta buttata nelle ultime 24 ore mi fa sentire molto in colpa per le sorti della foresta amazzonica.

5. Da giovane scrivevo una grande quantità di minchiate; ciononostante, è impossibile buttare via quelle minchiate.

6. Ricevere lettere era bellissimo, conservarle nei secoli dei secoli doveroso.

7. Ci sono libri che puoi mettere in cantina senza pensarci due volte: in primis, Il diario di Bridget Jones e il pratico volume di test “Conosci te stesso”, dagli autori di Focus.

8. Gettare via l’inutile oggi può salvarti dalle crisi nervose di domani.

9. Da giovane ero infotografabile; ciononostante, è impossibile buttare via l’infotografibile.

10. I cassetti riservano gradevoli sorprese, nella fattispecie 355 euro di cui non ricordavo l’esistenza.

11. Anche se sul momento vorresti dare fuoco a tutto e usare i 355 euro per un volo di sola andata, un giorno sarà bello aver sudato come un labrador per trovare un posto a tutto.

12. Una volta ho inciso una canzone, dietro lo pseudonimo di Maggie Brambilla, e l’ho masterizzata su cd con tanto di copertina.

13. Una volta ascoltavo i Backstreet Boys e i Backstreet Boys erano bravi davvero; ergo, negli anni Novanta anche la merda esprimeva qualità.

14. Sono stata su numerosi ottovolanti.

15. Porca zozza, mi son dimenticata di staccare i quadri e l’orologio.

16. Andare via dai Murazzi alle 6.40 quando il trasloco è alle 7.00 e ritrovarsi i traslocatori già pronti sotto casa può non essere, sulla carta, una buona idea. Ma sarò sempre grata alla mia immaturità per farmi sentire ancora, in più occasioni, una giovane e scanzonata cazzona.

(to be continued)

Street(s) of Philadelphia

Sai, mi mancherà questa strada dal nome americano. Ci sono stata, Filadelfia non è una bella città. E forse anche la mia strada non è una bella strada. Ma, se ci pensi, Bruce Springsteen le ha dedicato una delle sue canzoni più belle. E qui c’è uno stadio, il Filadelfia, che interessa a tante persone per ragioni a me spesso oscure. È un rudere, il Filadelfia. Quattro pietre cascanti. Eppure ha una storia, è quella storia che la gente vuole salvare.
Io abito un po’ più in là, ho la Centrale del Latte vicino e il Parco Rignon davanti.
Sei mai stato al Parco Rignon?
C’è una villa del Settecento e, sai, una volta era una villa di campagna. Adesso la città si è mangiata i campi, ma il parco e la villa si sono salvate. Questa strada ha una storia, che è una storia di periferia. Il quartiere è pieno di vecchi, che escono dai loro salottini con la tv sempre accesa soltanto per andare al mercato all’alba e alla festa di Santa Rita, una volta all’anno. Regalano le rose. Le rose di Santa Rita, appunto. I vecchi le portano a casa e le tengono a seccare, appiccicate a testa in giù sul calendario con una pinzatrice.

Mi mancherà questa strada e anche il suono attutito del primo pullman del mattino. La luna piena intravista dalla finestra, con un occhio chiuso e uno aperto. Il Monviso sullo sfondo. I fulmini dei temporali estivi. E certi tramonti rosso fiamma. Sarà la stessa cosa laggiù?

Mi mancheranno, più di tutto, le sveglie puntuali alle 13 per il pranzo già pronto in tavola, la mezz’ora di tv con i miei prima di tornare a lavorare, la mia camera di (quasi) sempre. Mi mancherà persino premere il 7 sull’ascensore.

Ho paura di riuscire a traslocare soltanto i mobili e non me stessa.

Pendulum

[Swing pendulum, swing slow / got no place to call my own.]

Ho appena realizzato che la mia vita è un’oscillazione continua tra il senso di onnipotenza e il senso d’impotenza.